Stamattina, tagliando limoni profumatissimi per fare la marmellata, mi è venuto spontaneo pensare al fatto che sarà bello portarsi un po’ di questo profumo su Viva e condividerlo con chi sarà a bordo con noi. Da lì il pensiero si è inoltrato in un sentiero di domande e di ricerca di senso sul nostro modo di vivere il mare, su quello che facciamo, e perché.
Fin da quando vivevamo a bordo ci siamo confrontati con lo stereotipo della vita in barca come realizzazione del “si può fare!”, di una vita da sogno all’insegna della libertà, della sostenibilità, dell’indipendenza. La vita di chi “prende in mano il proprio destino” e esce, spezzando le catene imposte, dal sistema.
Abbiamo sempre ritenuto questa immagine poco calzante con quella che è stata la nostra scelta, un po’ perché, soprattutto per chi non ha eccessive risorse economiche, vivere in barca e prendersene cura comporta comunque tanto, ma tanto, lavoro con una buona dose di imprevisti che costringono a rimanere assolutamente all’interno del sistema economico, un po’ perché, a parte alcuni aspetti come la scelta di vivere con l’essenziale rinunciando a molte comodità, siamo sempre stati consapevoli che la barca non sia un mezzo completamente sostenibile e che a bordo non sia possibile praticare l’autosufficienza.
Da quando poi siamo tornati “terraioli” questa consapevolezza è andata aumentando: il mare non è l’ambiente dell’essere umano, ce lo ricordano ogni tanto il profumo delle zagare o il canto del merlo all’alba, una barbabietola raccolta dall’orto, il crepitio della legna nella stufa.
Eppure il mare ci chiama sempre, e parla a quella parte del nostro essere umani che è forse la stessa responsabile che nei secoli ci ha fatto allontanare sempre di più dalla nostra condizione animale: quella che ci costringe a cercare un “altrove”, a lanciare il pensiero oltre la linea dell’orizzonte, sia questa fatto di acqua o semplicemente di possibilità.
C’è chi dice che sia stata proprio questa pulsione a far sì che 5000 anni fa iniziasse la storia della navigazione, a far salpare dalle rive fenicie una qualche zattera alla scoperta dell’ignoto.
H.W. Van Loon, nella sua meravigliosa “Storia della navigazione” ci dà una lettura decisamente più prosaica: l’uomo è un animale da rapina e il mare, ai tempi in cui non erano ancora stati costruiti i primi vascelli, altro non era che un limite a questo suo spirito predatorio; da qui la necessità di dominarlo, andare oltre questa barriera liquida scioccamente imposta dalla natura.
E’ così che la nave, andando oltre lo strato di retorica viziata appare nella sua natura di camera di tortura la cui scia ha contribuito alla scrittura della storia del mondo che è una storia di guerre.
Perché la nave a questo è servita nei secoli, ad allontanarci dalla nostra limitatezza, ad abbattere le barriere del tempo e dello spazio; è stata il mezzo privilegiato al servizio del progresso. Un progresso che in buona parte si legge conquista, sfruttamento, massacro, deportazione per chi lo ha subito; alienazione, creazione di nuovi bisogni, consumismo, sradicamento, per chi ne ha goduto.
Eppure avremmo dovuto capirlo secoli fa...a forza di puntare ad un oltre su cui piantare la nostra bandierina, navigando da un orizzonte all’altro, alla fine saremmo tornati al punto di partenza e avremmo fagocitato noi stessi. Questo mi viene da pensare oggi, mentre sembra che il coperchio della pentola degli orrori sia saltato, facendoli venire fuori tutti insieme, come mai prima d’ora.
E allora quale può essere oggi il senso del nostro navigare?
Forse dare alla nave ancora una possibilità di esprimere la sua natura eterotopica: oggi, nonostante la visione di Van Loon sia più che mai attuale, ci sono navi che salvano vite, flottiglie che partono con carichi di solidarietà, barche che cercano di aprire piccole crepe nella narrazione di un mondo in cui tutto è a portata di clic, lo shopping online, l’isteria vacanziera, la conoscenza, la nostra salvezza. Un mondo in cui le nostre azioni si riducono a essere prestazioni e anche la nostra persona può vedersi assegnato un punteggio.
Ecco, deve essere questo il senso: andare ancora una volta oltre l’orizzonte e, come dopo un drammatico giro del mondo, approdare alla sponda da cui avevamo mollato gli ormeggi navigando con la perizia della cura prima che la nostra barca si schianti definitivamente. Riappropriandoci della nostra lentezza, della nostra vulnerabilità, del nostro bisogno dell’altro, di tutto ciò che siamo stati costretti a considerare “controproducente”, imbrogliati e poi costretti da chi nei secoli ha armato le navi del progresso.


